Liste d’attesa, ruolo dei medici fondamentale

I medici sono l’unica cosa che serva per abbattere l’attesa in sanità. La mia proposta di legge contiene un incentivo alla collaborazione competitiva dei medici, perché se metti gli uomini in contrasto questi finiscono per fare qualcosa di buono per sé stessi e per gli altri.

Sulle liste d’attesa non c’è bisogno di retorica generalista: della serie tutto vale perché le parole servono a tutto tranne che a dire. Né mi pare utile il classico ‘ben-altro-è-il-problema’, perché invece il problema non è altrove.

Le leggi e il contratto dei medici prescrivono che i tempi d’attesa devono essere contenuti, soprattutto per le classi di priorità a breve (B) e differita (D). E questo perché l’attesa è un livello essenziale d’assistenza: se non si rispettano i tempi vuol dire che non si sta garantendo l’essenziale che il sistema promette a ciascuno, con carattere d’uguaglianza.

Le stesse leggi e il contratto aggiungono, in fila: ai medici è riconosciuto un premio, una speciale indennità d’esclusività, per la loro decisione di preferire l’attività pubblica a quella a pagamento; l’attività a pagamento non è un diritto del medico ma una libertà di scelta del cittadino, però non utilizzabile come rimedio per scalare i tempi l’attesa; l’attività a pagamento deve svolgersi fuori dall’orario di lavoro ma per un tempo pari a quello dedicato per la stessa prestazione durante l’orario di lavoro; a parità di prestazioni richieste i tempi d’attesa tra attività pubblica e a pagamento devono essere allineati, cioè contenuti nei tempi massimi previsti.

Sul piano tecnico-legale-contrattuale i dati statistici pugliesi concludono che in moltissime unità operative ci sono prestazioni erogate senza il rispetto dei tempi.

Potrebbe finire qui, ma abbondano le obiezioni politico-sindacali. Ripercorriamole con qualche risposta.

1) C’è carenza di personale. Certo che c’è, ma non incide sul problema perché il disallineamemto c’è solo comparando l’attività pubblica con quella a pagamento e a parità di personale impiegato.

2) La libera professione si svolge fuori dall’orario di lavoro. Certo, ma il tempo dedicato non può essere superiore a quello impiegato nell’attività istituzionale.

3) La percentuale media di libera professione in Puglia è molto bassa, meno del 5 %. È vero e per fortuna. L’argomento però non rileva. Il disallineamemto non si dichiara sulla media percentuale regionale ma sui risultati delle singole unità operative, che presentano invece ampie casistiche di percentuali attestate nella forchetta 10-60 %. Un’enormità. La bassa media regionale si raggiunge perché ci sono ovviamente unità operative virtuose che compensano le situazioni critiche, i cui componenti apprezzano la proposta di legge.

5) Le prestazioni pubbliche sono di gran lunga più numerose di quelle a pagamento. È vero, ed è per questo che il disallineamento si dichiara a parità di prestazioni richieste. Il rapporto considerato dalla proposta di legge è quello 1 a 1, che nella realtà fa riscontrare il disallineamento tantissime volte. Purtroppo.

6) Le aziende ottengono guadagni dall’attività a pagamento. È vero che una percentuale degli introiti è destinata alle aziende, ma sul guadagno è vero il contrario. Visionando i bilanci delle aziende pugliesi, infatti, si è innanzitutto riscontrata una quasi totale violazione dell’obbligo di presentare una contabilità analitica e separata sull’attività a pagamento. L’analisi delle singole voci ha fatto tuttavia riscontrare la mancata contabilizzazione delle spese di segretariato, di personale non medico utilizzato e dei mancati introiti da ticket. Col risultato che molte aziende svolgono in perdita il servizio a pagamento.

7) La proposta di legge criminalizza i medici. Più che un’obiezione tecnico-scientifica sembra una reazione paranoico-corporativa. La proposta di legge, infatti, sostituisce la previsione (mai contestata) del regolamento vigente dal 2016 – sospensione del singolo medico dall’attività a pagamento – con la sospensione dell’attività a pagamento dell’intera unità operativa, al fine di ripartire la responsabilità del recupero dei tempi a tutti i componenti dell’équipe e non al singolo. Si chiede insomma di darsi da fare, perché spronare vale più che punire.

Così ricostruito il quadro della tecnica e delle obiezioni, mi pare che le ragioni di contrasto alla proposta di legge siano individuabili su classiche paure da cambiamento purtroppo ascoltate per ragioni di ‘mercato’ elettorale. Non proprio l’oggetto della politica. La mia priorità e l’oggetto della politica, in questo campo più che in altri, è invece una spudorata partigianeria con la legge statale e con i cittadini in fila al Cup.

E se poi il problema dovesse consistere nell’aver attribuito alla proposta di legge una funzione svelante, quasi fosse uno specchio, di ciò che non funziona, valga il più caustico ed efficace Gogol’: <<non prendertela con lo specchio se hai il muso storto>>.

Fabiano Amati

Pubblicato su “Il quotidiano di Lecce” del 4 Dicembre 2018

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