Se i comitati bloccano i lavori che salvano persone

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gru 0Era il 26 aprile 1983. Galleria del “Melarancio”. Autostrada del Sole, nei pressi di Firenze Certosa. Un pullman con studenti napoletani a bordo si scontra con un trasporto speciale. Una fiancata del pullman è squarciata. Undici ragazzi morti. Molti di noi erano bambini, appassionati – come tutti – dalle prime esperienze di gita scolastica. Da quel giorno, e qui parlo per me, ogni volta che ho preso un pullman mi ricordo sempre di quella tragedia.

28 luglio 2013. Autostrada Napoli-Bari. L’orrore ritorna e con esso la memoria delle paure adolescenziali. È facile supporre che chiunque si trovasse oggi a piangere e commentare la tragedia, non avrebbe nulla da eccepire sulla necessità di interventi per migliorare la sicurezza stradale (a prescindere dalle cause che hanno determinato l’incidente di Monteforte Irpino).

Ma non sempre è così, soprattutto quando la vita torna ad essere “normale” e si esce dalle suggestioni che fragorosamente emergono (e giustamente) in queste occasioni. Molte strade esistenti (o tratti) sono mine anti-uomo: pronte ad esplodere. Se ne parla continuamente, si progetta con incredibile abbondanza, si finanzia con relativa munificenza. Ma i cantieri dove sono? Quanti ne aprono? Perché non si inaugurano e soprattutto concludono?

Burocrazia asfissiante, regole su regole nel procedimento (quelle sulle tecniche costruttive sono poca cosa al confronto) e soprattutto il “cantiere” sempre aperto del “comitatismo”. Comitato no questo, no quello, associazione protezione alberi, uccelli, cacciatori, allevatori, pascoli, turismo ecc.. Il più delle volte gli obiettivi dei comitati sono tra loro in contrasto, nascondendo l’esigenza e la speranza di una “carriera” politica, o il semplice esercizio di vanità a mezzo stampa. Nel tempo dei media diffusi, una foto o un richiamo su un giornale, televisione, sito online, social network ecc., garantiscono il più noto minuto di celebrità, che nel tempo si trasforma in gesto eroico. Tutti sapranno che c’è qualcuno che si è opposto all’opera, ma non tutti potranno mai sapere quanto quell’opposizione in apparenza salvifica, abbia invece determinato altre tragedie.

E su questa riflessione che la tragedia di Monteforte Irpino potrebbe trovare un senso (ma un senso non ce l’ha!). Farci riflettere sulla necessità impellente di celebrare – piuttosto – gli “eroi bistrattati”, secondo lo studio sui nuovi tipi di ingratitudine umana di Taleb nel suo “Cigno nero”. Chi sono costoro? «La tristissima categoria di coloro dei quali non sappiamo che furono eroi, che ci hanno salvato la vita, che ci hanno aiutato ad evitare catastrofi».

Tutti sanno – è ancora Taleb a parlare – «che è più necessaria la prevenzione della cura, ma pochi premiano gli atti di prevenzione». Gli atti di prevenzione non si conoscono, perché gli “eroi bistrattati” non lasciano traccia, anche per il fatto che quasi sempre non detengono la consapevolezza del proprio atto eroico.

Tutti sanno tutto del pompiere che si buttò tra le macerie del World Trade Center di New York (la supposizione esemplificativa è sempre di Taleb), ma nessuno avrebbe saputo nulla di un eroe che casualmente qualche giorno prima dell’undici di settembre avesse avuto l’intuizione di imporre porte blindate, a prova esplosione o effrazione, a tutte le cabine di pilotaggio di tutti gli aeromobili del mondo.

È un’inversione logica ingiusta e vale per tutte le attività umane, ma soprattutto per quelle che salvano la vita.

Nella sicurezza stradale è una costante. L’eroe bistrattato, quello che vorrebbe mettere in sicurezza le strade esistenti, lavora accompagnato dall’ostracismo e la rabbia, ottenendo in premio contrasti, fischi, aggressioni e maledizioni. Lo fa ben sapendo che nessuno si ricorderà di lui, perché il suo atto di prevenzione è poca cosa di fronte ad un atto di eroica cura, magari mandato in diretta con le news 24. Nella maggior parte dei casi è un tecnico, che dovrà schivare anche la resistenza del suo “datore di lavoro” politico, ostaggio quest’ultimo del ricatto elettorale che gli proviene da una protesta trasfigurata in comitato di pressione. Ed è così che i cantieri non si aprono e le opere non si fanno.

È un capolavoro l’inversione logica. Sulla sicurezza stradale in particolare, e nelle opere edilizie in generale, si accompagna con altre inversioni logiche, capaci di confondere e scardinare il più elementare gradualismo di valori. Accade così che la tutela ambientale si confonda con quella del paesaggio (e molto spesso il paesaggio, che si vede, vale più dell’ambiente che non si vede) e il paesaggio vegetale conti più sostenitori del paesaggio umano.

 

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