Amati a Mediterre tra storia di Aqp e principio dell’ “acqua bene comune”.

La storia dell’Acquedotto Pugliese, il decreto “salva infrazioni” varato dal Governo nazionale, il ricorso presentato dalla Giunta regionale pugliese alla Corte Costituzionale e il disegno di legge regionale che sarà presentato tra pochi giorni e basato sul principio dell’acqua bene comune dell’umanità: sono state queste le tappe attraverso cui si è sviluppato l’intervento dell’assessore regionale alle Opere Pubbliche Fabiano Amati che ha ripercorso le vicende storiche che hanno portato il governo regionale a sancire il principio dell’acqua come bene non assoggettabile a leggi di mercato.
L’occasione è stata il convegno che si è svolto questa mattina presso la cittadella della cultura a Bari, dal titolo “Acqua, patrimonio dell’umanità”, organizzato nell’ambito della VI edizione di Mediterre, la fiera del parchi del Mediterraneo, promossa dalla Regione Puglia e da Federparchi.
“La celebre frase di Matteo Renato Imbriani – ha detto Amati durante il suo intervento – che recita ‘vengo dalle Puglie, terra sitibonda di acqua e giustizia’ rappresenta il fondamento politico e giuridico su cui si basa l’azione di questo governo regionale; non c’è dunque riferimento alla cultura facinorosa, quanto ai fondamenti di una cultura liberale e cattolica. Fino al 24 aprile del 1915 – ha raccontato l’assessore alle Opere Pubbliche – giorno in cui in Piazza Umberto a Bari zampillò l’acqua per la prima volta, i ricchi potevano attingere a cisterne private, mentre i poveri a quelle comuni che, oltre ad acqua piovana, introitavano di tutto, procurando malattie come il colera. Tutto questo successe fino a quando un ingegnere geniale e visionario, Camillo Rosalba, non si rese conto della necessità di prendere l’acqua da Caposele. Il liberale Giolitti poi revocò la concessione per lo sfruttamento delle sorgenti a Zampari per istituire il Consorzio per l’Acquedotto Pugliese. Oggi il Governo nazionale, con la scusa di dover salvare l’Italia da una presunta infrazione, vara un decreto che prevede la privatizzazione del servizio di gestione. Il punto su cui riflettere non è, come spesso leggo sui giornali, semplicemente che l’acqua è un bene pubblico, una banalità assoluta sancita anche dal nostro Codice Civile, ciò che conta è che sia pubblica la gestione del servizio idrico integrato. Non siamo afflitti da totem politici – ha sottolineato – ma piuttosto convinti che il pubblico sia meglio del privato: solo con una gestione pubblica cittadine come Sava avranno la possibilità di avere un depuratore che, con un investimento di circa 15 milioni di euro per un numero esiguo di allacci, non sarebbe mai neanche preso in considerazione da una società privata, naturalmente soggetta a logiche industriali.
Per questo – ha concluso – abbiamo impugnato il decreto cosiddetto “salva infrazioni” dinanzi alla Consulta e ci accingiamo a predisporre un disegno di legge per salvaguardare la proprietà pubblica di Aqp, pur nella consapevolezza di dover combattere una battaglia complicatissima e superare una serie di ostacoli, come la legge speciale che riguarda l’Aqp o la rilevanza prettamente economica che il Codice dell’Ambiente attribuisce al servizio idrico integrato, ma nessun buon politico si arrende di fronte agli ostacoli quando crede fortemente nella causa che sta portando avanti”.

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