Batterio pugliese come la peste milanese (ma gli oscurantisti dettano la linea)

xylella

 

Da  Gazzetta del Mezzogiorno del 4 agosto 2018

La commedia dell’uomo posto di fronte alla tragedia a cui non vuol credere è già andata in scena. Tante volte. La Xylella in Puglia fa ricordare una di queste, la peste del 600 raccontata da Manzoni nei Promessi sposi. Peste milanese e Xylella pugliese. Due malattie diverse per due epoche differenti e con niente in comune, se non un dettaglio più importante delle stesse malattie: la cecità nel riconoscerle.

Tutto uguale. Leggere i capitoli XXXI e XXXII del grande romanzo italiano o digitare su Google le parole chiave del bersela o del darla a bere, dà gli stessi risultati. O quasi; sì, quasi. Perché mentre per la peste una lettera pastorale del cardinale Federico prescrisse ai parroci d’ammonire il popolo sul rispetto delle misure di contenimento («consegnar le robe infette o sospette»), per la xylella i suoi fratelli odierni nell’episcopato si sono fermati in meditazione ad una stazione di una recente via crucis di Pasqua per dire che estirpare gli ulivi malati somigliava alla notissima soluzione di Pilato. Si provi a sostituire nell’intero racconto la parola ‘peste’ con ‘xylella’ e tutto funzionerà perfettamente, compreso il realizzarsi del sogno d’amore tra Renzo e Lucia. Quando Manzoni rievoca la diagnosi di peste fatta dal protofisico Lodovico Settala, sembra di sentire il patologo vegetale Giovanni Martelli alle prese con la xylella. Entrambi meno che ottuagenari, perciò con una reputazione di vita oltre che di scienza, capaci di attrarre i più scatenati e funesti pregiudizi di chi corre «più facilmente da’ giudizi alle dimostrazioni e ai fatti». Cioè di coloro che procedono contromano.

Pro patriae hostibus. Tutti nemici della patria. Settala e suo figlio Senatore, come Martelli e i suoi allievi universitari. E non solo; i ricercatori del CNR, i funzionari dell’osservatorio fitosanitario regionale, dello IAM, del Basile Caramia o di qualche politico disposto a non nascondere il buon senso «per paura del senso comune»; tutti impossibilitati ad attraversare le piazze «senza essere assaliti da parolacce, quando non erano sassi». La peste? La xylella? Ma che dite? Questo fu – ed è – l’urlo della folla. Fosse stato così «tutti sarebbero morti» o tutti sarebbero secchi. Era la rarità dei casi che allontanava «il sospetto della verità e confermava sempre più il pubblico in quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste», o per noi dunque la xylella. Insomma si era di fronte ad una «manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento», concetto questo in grado di fare scopa – quasi quattrocento anni dopo – con la suggestione del complotto orchestrato da spregiudicati untori per vendere i fitofarmaci delle ‘malavitose’ multinazionali.

E se a tutto concedere qualcuno avesse creduto alla peste, era stato prontamente ammonito per portare nel cuore un senso di rabbia o vendetta contro le più plausibili ipotesi di contaminazione: quella attribuita a don Gonzalo Fernandez de Cordoba per ricambiare gli insulti ricevuti, oppure quella addebitata a «un ritrovato del cardinal de Richelieu, per spopolar Milano, e impadronirsene senza fatica». Che vale quanto a riferire le somiglianti ipotesi per il contagio da xylella, alternativamente riferite al campo libero per la realizzazione del gasdotto Tap o alla induzione all’abbandono dei campi pugliesi per facilitare la più immonda speculazione edilizia. O di riffa o di raffa «quando gli animi son preoccupati, e il sentire faceva l’effetto di vedere», la cronaca di una processione organizzata per Milano con le reliquie di San Carlo ben può equivalere ad una manifestazione a Lecce con l’hashtag difendiamo-gli-ulivi. Si vede così nitidamente, allora come ora, la suggestione che prende vantaggio sulla ragione e sull’esperienza. Niente di più del povero «senno umano che cozzava co’ fantasmi creati da sé».
Davvero niente di nuovo. Per la mala fede dei distributori professionali e seriali del bene, spesso le nostre povere menti sono arruolate nell’esercito delle paure. E questo accade di più quando senza la vaccinazione con gli antigeni della Storia, ci risulta più comodo «d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi». Oppure combattere con le armi della fiducia negli straordinari mezzi del Sapere, che oggi a differenza del ‘600 possediamo e spesso non riconosciamo.

Fabiano Amati – Consigliere Regionale